Ebook per la scuola

Libri scolastici su internet, manuali online, testi digitali per la scuola, ebook navigabili ecc ecc… Sei un prof e vuoi saperne di più?

Ecco la sbobinatura del seminario di Noa Carpignano tenuto all’Università di Padova in occasione del convegno già segnalato.

Tutto il contenuto del seminario, più qualche commento, è diviso (e abbondantemente e significativamente illustrato) in 6 post per rispondere a cinque domande fondamentali sugli ebook che dal 2011 dovranno (secondo la circolare) essere adottati:

0- Premesse
1- Cosa si pensa che siano i testi digitali per la scuola?
2- Cosa invece dovrebbero essere?
3- Come la mettiamo con l’accessibilità?
4- Perché la pirateria non deve far paura?
5- Perché le scuole non devono subire il cambiamento e come possono essere parte attiva

Tempo di adozioni, che fanno gli editori?

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Divertente botta e risposta sul tema dell’editoria scolastica digitale.
In questo periodo volteggiano in sala insegnanti i rappresentanti delle case editrici.
Pagati per dirvi scemenze: se vi state chiedendo cosa pensano e cosa stanno combinando gli editori qui trovate un altro punto di vista.
E se vi intortano con la questione del blocco delle adozioni e vi dicono che quello che scegliete ora ve lo dovete ciucciare per i 5/6 anni a venire… prendetevi il tempo di leggere bene la circolare.
E se pensate all’alternativa vi rimando a questo (vecchio, ma sempre attuale) post, con una raccomandazione: fate ricerche in rete e valutate la qualità di ogni prodotto, la fretta è cattiva consigliera.

Didattica online: La Storia e i cattivi esempi.

Ovvero come non si devono realizzare siti didattici.

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Parliamo di un corso di storia realizzato dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino con il sostegno della Fondazione per la Scuola della Compagnia San Paolo.

Il corso è stato anche pubblicato da la Repubblica.it e così recensito:

220 pagine di testo, oltre 500 immagini, un’incalcolabile serie di contributi sonori e 4mila link che aiutano a entrare nella storia del secolo senza muoversi da casa. Il tutto ispirato ad una sorta di manifesto programmatico: “L’obiettivo – spiega Lorenzo Caselli, presidente della Fondazione – è quello di sostenere le scuole italiane nel difficile cammino dell’autonomia e rappresenta un contributo per aiutare gli studenti a leggere criticamente ciò che del passato è incorporato nei fenomeni che ci circodano e, allo stesso tempo, a rendere più esplicito il legame tra storia e identità collettiva”

Ma non è tutto oro quello che luccica.
Il sito sembra vecchiotto (pare una di quelle robe in flash che andavano di moda sette o otto anni fa) ma è stato realizzato tra il 2006 e il 2007. Peccato perché un sito didattico dovrebbe essere “sempreverde” e, quindi anche potenzialmente aggiornabile (e questo non lo è).

La storia del Novecento è divisa in due sezioni:
I “totalitarismi” 1914-1945 e La “mondializzazione” 1945-1989.
Pur essendo diviso in moduli, sottomoduli e nodi tematici, il livello di approfondimento non è certo alto e lo sviluppo non è esauriente.
Il teoria potrebbe essere un buon punto di partenza per una dimostrazione in classe sulla ricerca delle fonti in rete, ma anche da questo punto di vista è un’occasione persa: le risorse esterne alle quali i link rimandano non sono scelte con cura, le fonti non sempre sono chiare.
La scelta di utilizzare flash per realizzare questo sito non ha giustificazione, e il suo utilizzo primitivo ne ha limitato molto la struttura, la navigazione è delirante e dispendiosa, i contenuti degni di un bignami.
Ma, essendo in flash, neppure uno studente lavativo può usufruirne: il copiaincolla per la ricerchina dell’ultimo momento non è possibile.
Insomma, risorse (tempo, soldi) sprecate.

Il mondo impazzisce per gli e-book

Il mondo cambia, gli editori ringhiano e la sinistra scavalca a destra.
Che i grandi editori, vedendosi minacciati dalle nuove tecnologie e dalle nuove emergenti realtà, si mettano a sproloquiare ringhiando cose alle quali non crede nessuno… bè, passi.
Che i giornali, legati a filo stretto, pubblichino i loro sproloqui… bè, passi.
Ma che la Garavaglia, sinistro* ministro ombra della Stella, se ne esca con un commento che più di destra non si può… bè, no pasarán.

Riferimenti:

Gli editori che sproloquiano sul sole24ore
La legnata di Gattopazzo.
I commenti su Simplicissimus.

La Garavaglia impazzita.
La denuncia di Simplicissimus
Lo scoramento di Gattopazzo

*La Garavaglia proviene da Democrazia Cristiana.

Osservatorio permanente… in sonno.

Io non so da chi sia finanziato (immagino dai soci dell’AIE, spero non con denaro pubblico), ma l’Osservatorio Permanente Contenuti Digitali è presentato sul sito dell’AIE così:

Il sito dell’Osservatorio permanente sui contenuti digitali fondato da AIE, AIDRO, FIMI, CINECITTA’ HOLDING e UNIVIDEO: una fotografia completa del mercato sul nuovo modo di fruire cultura e intrattenimento

Nell’home page (cliccare sull’immagine per ingrandire) c’è l’ultimo comunicato stampa che riporto:

Il 52% degli italiani non usa internet

Il 52% degli italiani non usa internet e solo il 31% è all’avanguardia tecnologica.
Oltre al digital divide cresce anche nel paese il cultural divide, aumenta il numero di chi, quasi 9 milioni di italiani, utilizza le tecnologie come sistema di comunicazione e di svago, mentre è ancora in minoranza chi usa con consapevolezza gli strumenti più creativi ed evoluti del Web 2.0
E questa sembra essere la direzione anche per il futuro.
È quanto emerge dall’indagine commissionata dall’Osservatorio permanente contenuti digitali ad ACNielsen e presentata oggi a Roma.

Peccato che sia datato 5 giugno 2007.

Sull’home page si legge anche:

Come si accede allora ai diversi contenuti?
Come cambiano nel tempo le abitudini di utilizzo?
Cosa va di moda oggi?
E cosa andrà di moda domani?
Al centro dell’attività di monitoraggio dell’Osservatorio ci sono le dinamiche sempre più complesse e rapide dei comportamenti di accesso (e utilizzo) dei contenuti editoriali nelle loro relazioni con le tecnologie digitali.

Meno male che qualcuno ci pensa.
Una volta all’anno, forse.

Mondadori e libri “pacco”

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Nel post precedente ho promesso che avrei scagliato un altro anatema.
Devo confessare che questa volta lo faccio più volentieri (deducete pure).
Andiamo a parlare di libri gratis, di testi che non sono più soggetti a diritto d’autore e che, quindi, in rete si trovano facilmente.
La Mondadori ha messo a disposizione degli utenti una manciata di testi da scaricare gratuitamente.
Il problema è il formato: sono dei *.lit e la scelta è quantomeno discutibile perché è un formato che chi non usa piattaforme microsoft non può leggere.
Il punto *.lit è un formato proprietario tanto quanto il *.pdf (adobe) ma, a differenza di questo, deriva da un formato open, il *.oeb.
Il reader è gratuito per tutti questi formati, ma il *.pdf è decisamente più diffuso e più utilizzato e leggibile anche da mele e pinguini.
Ci sono strutture (in particolare universitarie) che scelgono di utilizzare il *.lit proprio in quanto derivante da un formato open, facendo quindi una scelta apparentemente sociale/politica.
Scelta assurda, e falsamente ideologica, perché per appoggiare un formato open (che open non è più), si costringe la gente a utilizzare win e non il pinguino.
La Mondadori, invece, non ha nessun motivo ideologico per appoggiare l’open.
GIà stupisce che conosca la parola “gratuito”. E forse ha scelto il formato *lit proprio per il motivo opposto: appoggiare microsoft.
Ma forse no. Francamente mi è più facile pensare che sia una non-scelta dovuta a ignoranza e pigrizia… avranno avuto l’idea di metter su qualcosa per attirare allodole e avranno chiesto al primo smanettone di turno in ufficio di digitalizzare una decina di testi e “metterli su”: perché sprecare energie e soldi per qualcosa che non rende?
Anzi, se qualcuno pensa che i testi scaricati gratis siano “un pacco”, meglio, la prossima volta pagheranno più volentieri! :D
Molto più seri quelli di liber liber che, pur non avendo alle spalle i capitali che ha la Mondadori, anzi, si basano sul volontariato, offrono i testi digitali in formati diversi, e ci spiegano pure cosa sono.
Per liber liber la libera diffusione dei contenuti è evidentemente la priorità, e si scannino pure gli altri con le imbecilli battaglie ideologiche o di mercato sui formati.

RAI: la nuova frontiera… dei cimiteri digitali.

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Che sia ben chiaro: con questo post non mi schiero contro il servizio pubblico.
Per par condicio in questi giorni scaglierò un altro anatema.
Per oggi la storia è questa: ficcanasando nelle biblioteche digitali capito qui.
Mmmm… menù ricco mi ci ficco, penso.
E penso male.
Gli articoli pubblicati risalgono quasi tutti a 10/12 anni fa.
Io sono andata a vedere “editoria elettronica” e “Bambini e tecnologie della comunicazione“: gli articoli più recenti risalgono al 1999.
In “Ipertesti” e “Giornalismo” ce ne sono un paio del 2001… tutto il resto è roba del secolo scorso.
In compenso, un refresh si e uno no, mi compare il banner RAI, che mi invita a scoprire le nuove frontiere del servizio pubblico.
Queste cose – e in rete ce se sono tantissime – mi sanno di progetti iniziati con finanziamenti pubblici e abbandonati quanto prima, una volta rendicontati. Paese di poeti, navigatori e santi gabbati.

Quipo: archeodocumenti online

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Quipo si presenta come internet provider e quindi immagino abbia spazio e banda in abbondanza.
In effetti è un grosso contenitore con canali tematici, uno dei quali dedicato alla scuola (peccato che nn compare nella lista in home).
Andando a rovistare si trovano molte cose interessanti, peccato che alcuni riferimenti siano spariti (provate a cliccare su “archivio multimediale”) e che ci sia un’intera sezione abbandonata dal 1999.

Quipo Web si propone come luogo di incontro, di ricerca e di supporto nel rapporto tra docenti, studenti e nuove tecnologie, e come strumento per promuovere un nuovo modo di fare didattica.

La descrizione può solleticare qualche curiosità e non pare una “roba vecchia” :D
Ma se ci andate vedrete che è un’iniziativa abbandonata da 7 anni che, internettianamente parlando, ma anche scolasticamente, sono un’eternità.
Incredibile.
Da quanto non cambiano aria in quelle stanze?

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